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Cristina Sparagana


A mia figlia Francesca Jazmín

Mia abeja*, il fuco è il tuo signore, padre
molto meno di un pollice, colosso
che s’incava nell’ambra dei bottoni,
che ti chiede per sposa, che s’acceca.

Nani, sono i tuoi giorni di una nebbia
incrociata da tanti esili sciami.
La formica ha una spatola omerale
e un perpetuo calvario, ma il tuo miele
contro sole s’avvampa e si dilunga, tu
lavori in un abito da sera,
uno strascico stanco, un tacco a filo,
operaia schiarita a ballo d’oro,
senza tuta né polvere, ti lavi
in badili spalati a colme mani.

Oh, mia alzata nel giallo, giovinetta
di decrepita biglia, aspra novena
che fra clarini ingiovanisce e invecchia,
tenue moneta in tracimata bruma.
Mio specchietto da borsa, mio dolore
una nube sull’altra, gamba e seno
attaccate a una gonna, temporale
che la luce divincola, separa,
ma né maya, né pupa, né divina,
un sudore di pane, e un nuovo fuco
sferrerà il tuo cuore
dove il piombo è ancor caldo, un’altra acuta
elsa nel sangue, un cavaliere acceso
in un raschio sbalzato a solitarie
gitanillas di fecola. Ricordi
l’uccellato ronzare del tuo giro,
il gelsomino che di festa in sera
ti recò sulla foglia in sarabanda
e finestra di giubilo, e ancora
l’orologio stremato dal ruotare
che ti spinse nel buio a tanto vino?

*abeja, in italiano ape

inedito

 









   
   
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