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Walt Whitman

da Canto di me stesso

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Walt Whitman, un kosmos, di Manhattan figlio,
Turbolento, carnale, sensuale, che mangia, beve
e procrea,
Non fa smancerie, non guarda dall’alto in basso né
gli uomini né le donne, e non li tiene a distanza,
Non più modesto che immodesto.

Schiodate i chiavistelli dalle porte!
Anzi, schiodate le porte stesse dai cardini!
Chiunque umilia un altro umilia me,
E qualunque cosa sia fatta o detta ritorna infine a me.

Attraverso di me s’alza e cresce l’afflatus, attraverso di me
la corrente e la lancetta che la misura.

Pronuncio la parola d’ordine primordiale, lancio il
segnale della democrazia,
Per Dio! non accetterò nulla di cui chiunque altro non
possa avere il corrispettivo nei medesimi termini.

Attraverso di me molte voci lungamente mute,
Voci delle interminabili generazioni di prigionieri e di
schiavi,
Voci degli infermi e disperati e di ladri e nani,
Voci dei cicli di preparazione e di accrescimento,
E dei fili che collegano le stelle, e dei grembi e del seme
paterno,
E dei diritti di quelli che gli altri calpestano,
I deformi, i banali, gli spenti, gli stolti, i disprezzati,
Nebbia nell’aria, scarabei che rotolano pallottole di sterco.

Attraverso di me voci proibite,
Voci di sessi e lussurie, voci velate e io sollevo il velo,
Voci indecenti che io rendo limpide e trasfigurate.

Non premo l’indice sulla bocca,
Tratto con delicatezza le viscere, al pari della testa
e del cuore,
La copula per me non è più indecente della morte.

(...)

Traduzione di Mario Corona


Poesia n. 339 Luglio/Agosto 2018

Walt Whitman. Vecchie meraviglie e nuove letture
a cura di Massimo Bacigalupo

 

 


 

 










   
   
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